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Il jazz si alimenta di una propria mitologia, ricca e affascinante: personaggi, luoghi e vicende sono spesso entrati nella leggenda, sono oggetto non solo di studio da parte dei musicisti contemporanei, ma rappresentano una mappa di meraviglie, un eden raggiungibile con tanta pazienza, una fonte inesauribile di ispirazione. Charlie Parker, Thelonious Monk, Charles Mingus, Miles Davis, John Coltrane, ma anche eroi più lontani, come Jelly Roll Morton, Armstrong, Ellington continuano a irrorare il flusso sanguigno del jazz. In questa mappa non entrano solo personaggi, ma anche eventi, locali, etichette discografiche, concerti e sedute di incisione memorabili.

Il musicista di jazz, sempre in bilico tra individualismo e condivisione, porta dentro di sé questo groviglio di radici, che germogliano a volte, danno spesso frutti sapidi. Oppure restano sotto la superficie, ma si avvertono nei dettagli, nelle inflessioni, nelle più sottili scelte espressive.

Oggi i tributi e gli omaggi si sprecano in tutti i campi dell’arte: sembra che molti scelgano un nome di richiamo o alla moda per propagandare la propria offerta. Gioco forse inevitabile, in un periodo in cui il nome diventa etichetta, scorre sulle labbra superficialmente, in continua minaccia di oblio, e va sfruttato con tempismo. Non è questo l’atteggiamento dell’autentico artista, dell’autentico jazzman.

Per questo abbiamo cercato di presentare, in questa edizione 2010 di Lagarina Jazz, alcuni musicisti il cui tributo appaia particolarmente sincero. Dettato da esigenze artistiche e non da mode. Via i centenari, i grandi eventi, che non potremmo permetterci, abbiamo cercato quell’autenticità che sostiene l’operato di un artista, che può segnare tappe più o meno rilevanti della sua carriera, ma senza dubbio significative. Ecco dunque Roberto Gatto, che ci presenta un personaggio come Shelly Manne, ingiustamente caduto nell’oblio, autore di argute sperimentazioni e di celebri colonne sonore nella California degli anni Cinquanta. Ecco Jimi Hendrix, grande ispiratore di jazzmen da Gil Evans in avanti, che nella musica del trombettista Giovanni Falzone realizza un sogno mancato: quello di incontrarsi con Miles Davis. Lo stesso Davis viene riproposto da Enrico Merlin, uno dei suoi studiosi più accaniti, nella musica del memorabile album Bitches Brew.

Esulano dalla logica del tributo esplicito i due concerti che fanno da cornice al festival, in apertura e chiusura, coinvolgendo protagonisti di assoluto valore della scena contemporanea. Ma qui il tributo è diffuso, polverizzato in ogni nota, come in tutto il jazz migliore. Infine un novità: la presenza nella programmazione di Mori di una sezione dedicata ai giovani, con punte di eccellenza, come quella del pianista Dario Carnovale.

Grazie a tutti coloro che hanno collaborato e che ci hanno sostenuto. Grazie ai musicisti. Grazie a chi vorrà ascoltare questa musica.

Giuseppe Segala



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